Pesca al Colpo alla Carpa. Come Guidarla Correttamente nel Guadino

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Ognuno ha il suo stile per arrivare all'obbiettivo finale, cioè mettere la carpa nel guadino, ma non c'è dubbio che alcuni ci riescono meglio degli altri grazie ad una tecnica ben studiata e a piccoli trucchi.

Esiste uno “stile di pesca”? Certamente sì.

Come per qualsiasi attività sportiva o meno, è abbastanza semplice capire se chi la pratica è un fuoriclasse o meno. Perfino osservando dei principianti è possibile capire chi avrà un futuro roseo o chi si perderà nell'anonimato.

E la pesca non fa eccezione: guardi un bambino che inizia a pescare e capisci già al volo, se hai l'occhio lungo, se da quel “Pierino” uscirà fuori un agonista di valore o se resterà un pescatore, diciamo così, amatoriale.

Ogni gesto, dal modo di pasturare a quello di lanciare una lenza in acqua, da come si accompagna la lenza al modo con cui si recupera un pesce ci dà informazioni sul valore di chi tiene la canna in mano.

Ed è su quest'ultimo gesto che vogliamo soffermarci e lo vogliamo fare parlando del “caso carpodromo”.

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Non che siano da trascurare modi e stili relativi ad altri settori della pesca al colpo, anzi. La lotta con un cavedano da due chili appeso ad un amo del 23 senza ardiglione legato ad un finale dello 0,07 è uno spettacolo di rara bellezza, soprattutto se a impugnare la bolo c'è uno di quelli bravi, ma in carpodromo è un'altra cosa: lo stile è sostanza perché portare una grossa carpa al guadino è un mix di forza, velocità, tecnica e materiali e imparare bene a sfruttare tutte queste cose non è semplice.

Ormai, la pesca in carpodromo è una realtà diffusa in tutta Europa, con qualche differenza da un Paese all'altro, con carpodromi dalle caratteristiche più diverse, dai meravigliosi laghi “quasi” naturali inglesi a certe tristi vasche di cemento come capita di vedere qua è là, passando per le belle cave di Francia e Belgio dove, più che la regolarità della sponda (e della pesca) si privilegia l'aspetto paesaggistico e l'amenità del luogo.

Tante concezioni diverse, ma una sola certezza. Cioè che quando dalla parte opposta del pescatore c'è un pescione che tira come un ossesso, che ci si trovi in competizione in un vascone di cemento o in un verde laghetto del nord della Francia, poco importa, il risultato finale deve essere sempre lo stesso: portarlo al guadino nel minor tempo possibile rischiando poco, sia a livello di integrità della canna che di perdita del pesce dovuta alla rottura del finale o altri guai del genere.

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Le carpe non sono tutte uguali

Prima di entrare nei particolari tecnici, bisogna fare delle distinzioni importanti, perché, a parità di taglia, questi pesci non hanno ovunque la stessa reazione alla ferrata.

Ci sono posti in cui tirano come muli, altri nei quali sembrano poco più che grossi carassi. Ciò è dovuto principalmente allo stato di salute dei pesci: dove sono ben nutriti e vivono in un'acqua ossigenata adatta all'espletamento dei processi metabolici si avranno carpe sane e robuste, dove la qualità di vita è piuttosto bassa avremo pesci lenti, poco reattivi e che si lasciano trascinare al guadino quasi senza resistenza.

Ma ci sono altri parametri da prendere in considerazione per capire le differenze tra le varie carpe.

Innanzi tutto la specie: delle due principali, cioè comuni o a specchio, a parità di peso le seconde hanno una resistenza e potenza maggiori ed impegnano di più il pescatore.

Invece, a livello di velocità nelle fughe di difesa, le prime risultano assai più rapide, ma non bisogna confondere forza e velocità. Sarà per la forma più compatta o per una muscolatura più potente, ma le carpe a specchi richiedono più “lavoro”.

C'è poi l'età a giocare un ruolo importante. Molto spesso, ci si meraviglia di quanto, talvolta, sia più facile portare al guadino una carpa di sette chili rispetto ad una di tre. In effetti, una carpa intorno ai tre chili è nel pieno delle sue forze perché non ha più di quattro o cinque anni, se la sua crescita è stata ottimale, e le carpe non sono diverse dagli altri animali per i quali la gioventù accompagna sempre una maggiore potenza.

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C'è poi il caso degli ibridi fra carpa e carassio che esprimono una potenza ineguagliabile e, ancora di più, una resistenza allo sforzo che ha del prodigioso. E' una caratteristica propria di tutti gli ibridi: non per niente il mulo, incrocio tra cavalla e asino, viene tuttora allevato per farne degli animali instancabili nel lavoro.

Le tre fasi della cattura

Possiamo distinguere tre distinte fasi che portano alla cattura di una carpa: la ferrata, il combattimento e la guadinata.

Durante ognuna di queste la carpa si comporterà in modo totalmente differente a secondo dell'ambiente nel quale si trova, ma, soprattutto, in conseguenza dell'azione del pescatore.

C'è, di solito, molta differenza tra le carpe pescate in acque libere e quelle del carpodromo. In genere, le prime sono assai più reattive, anche perché, nella maggioranza dei casi, quella che sentono nella bocca è la prima dolorosa puntura a cui reagiscono spesso in modo violento. Le carpe di carpodromo, invece sono solitamente più tranquille, quasi sapessero che dopo la cattura vengono poi rimesse in acqua.

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E' durante le tre fasi prima elencate che il pescatore ci mette del suo e, facendo i movimenti giusti, si riescono ad abbreviare i tempi di cattura rischiando anche molto meno del lecito, non solo perché si slamano meno pesci, ma anche perché si impegna in modo più limitato l'attrezzatura, cosa che con pesci forti e di taglia rilevante come le carpe ha il suo peso.

Ma c'è una cosa che supera tutte le altre per importanza e cioè che bisogna stare sempre calmi, concentrati e prima di fare qualsiasi cosa bisogna pensarci, perché perdere una bremetta di duecento grammi può essere rimediabile, ma in carpodromo la perdita di un pesce può valere anche diversi chili che poi mancano all'appello alla pesata finale.

L'elastico

Nella pesca della carpa è sempre prudente affidarsi ad elastici di diametro notevole: scendere sotto quello da 1,6 mm, se pieno, o 2 mm se cavo è un grosso rischio.

Nel caso in cui ci si trovi a pescare con dei finali sottili, come accade nei periodi più freddi dell'anno, piuttosto che scendere di misura perdendo drasticamente potenza, meglio affidarsi ad elastici sempre di grosso diametro, ma più cedevoli, come quelli in lattice naturale, riconoscibili per il colore bianco giallastro che hanno la caratteristica di allungarsi molto e, anche se si perde qualche secondo in più, ci permetteranno di ammettere alla pesatura qualche pesce importante.

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La ferrata

Ci sono due scuole ben distinte che si esprimono in due modi completamente diversi, quasi agli antipodi.

La prima scuola, prettamente inglese, ma con molti estimatori anche nel nostro Paese, prevede di avere una distanza vettino-galleggiante, cioè la banniere, estremamente breve, in condizioni ottimali spesso ridotta a non più di 25 cm. Ad essa si abbina un elastico quasi e tensione zero e piuttosto morbido, ideale quello cavo.

La ferrata è sempre molto controllata e fatta alzando semplicemente la punta della canna quanto basta per far entrare la punta dell'amo nella bocca della carpa. Il resto della penetrazione avverrà durante le fasi di combattimento.

Questa fase è talmente delicata che talvolta il pescatore lascia che sia la carpa stessa ad autoallamarsi semplicemente tenendo appena tesa la banniere. Ci vuole molto autocontrollo e i “cavedanisti” accaniti sono sempre perdenti in questa fase non riuscendo a stare fermi al momento dell'affondata del galleggiante. Chi scrive è uno di questi.

Il fine di un comportamento del genere è quello di non rendere pazza di terrore la carpa con una ferrata violenta, cosa che si estrinsecherebbe in una fuga precipitosa difficile da contrastare, soprattutto se si sta usando un'attrezzatura un po' leggera.

Per la ridotta misura della banniere, questo metodo impone una pasturazione molto precisa e concentrata effettuata esclusivamente con la coppetta ed ha molti vantaggi soprattutto quando la pesca è lenta come in inverno.

L'altro modo di ferrare è completamente all'opposto. Si usa una banniere lunga anche più di un metro che dà anche una maggiore libertà di andare a cercare il pesce su un'area pasturata più vasta. Per questo, la ferrata deve essere molto pronta, al limite del violento e l'elastico piuttosto “tirato”. In questo caso va meglio quello pieno.

La canna deve essere tenuta immediatamente alta esercitando una forte pressione che faccia subito penetrare profondamente l'amo e faccia sentire immediatamente al pesce la forza dell'elastico e anche quello della canna che, in questo caso deve essere molto robusta ed affidabile. In questa fase non bisogna cedere nemmeno un millimetro: la carpa deve subito capire chi comanda.

E' ovvio che una tecnica del genere si fa quando ci si può permettere di tirare forte e si dispone di un amo robusto e di grossa dimensione, dunque quando la pesca è più facile e si pastura con la fionda. La pesca estiva a galla è quella che beneficia di più di questa tecnica.

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Il combattimento

Con il primo tipo di ferrata, meno ci si muove e meglio è. Per questo, l'elastico va fatto allungare tenendo ferma la canna in posizione bassa. Meno pressione si dà al pesce e più questo rimarrà calmo e tranquillo.

Al primo accenno di rallentamento della già lenta corsa si ritira indietro la canna sempre in posizione bassa spostando la punta in direzione contraria a quella della carpa, senza strappi.

In questo modo il pesce tenderà prima a fermarsi e poi a seguire senza opporre reazioni violente o improvvise. In questa fase, non bisogna mai cercare di alzare il pesce dal fondo.

Solo quando avremo in mano il kit smontato dal resto della canna si alzerà velocemente la punta per far aggallare il pesce.

Nel secondo caso, la canna va tenuta costantemente alta per non far riguadagnare il fondo al pesce. In questa fase bisogna sempre tenere presente che la carpa si muove velocemente e nervosamente e la possibilità che tagli il filo con il primo raggio seghettato della pinna dorsale è reale.

Per evitare questo, meglio tenere il filo perpendicolare all'acqua e non abbassare mai la canna formando un angolo acuto fra la linea immaginaria della direzione presa dal pesce (che è sollevato dal fondo) e quella del filo, perché si aumentano in modo esponenziale le probabilità di presa del nylon da parte della pinna in questione.

In questa fase, non bisogna mai allentare la pressione sul pesce cercando di portarlo più in superficie possibile e fuori punta.

Come il pesce si aggalla e denuncia un accenno di resa, la canna va abbassata rapidamente e portata indietro più velocemente possibile sfruttando la residua elasticità dell'ammortizzatore.

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La guadinata

Nel recupero “soft”, come abbiamo il kit in mano la carpa va sollevata con decisione verso la superficie e, di solito, non ha il tempo di capire che cosa le sia successo.

Se si è pronti e svelti come gatti si riesce a mettere nel guadino prima che rinvenga dalla sorpresa e possa ripartire. In questo caso la guadinata si fa sempre presso la sponda.

Nel secondo caso la guadinata è come tutto il resto del recupero: di forza. Anche in questo caso l'effetto sorpresa è alla base dell'azione, ma, a causa della lunga provenienza del pesce che è stato alzato dal fondo al largo, la messa nel guadino deve essere effettuata fuori sponda con un guadino lungo, prima che il pesce riprenda fiato e riparta verso il fondo perché le ripartenze sono sempre un guaio.

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Ripartenza: cosa fare?

Se la sequenza delle operazioni di recupero di una carpa vengono fatte con le scelte di tempo giuste, non è difficile portare un pesce di due chili al guadino in poco più di un paio di minuti.

Ma ci sono anche i pesci più grossi di un paio di chili e possiamo anche commettere degli errori di valutazione o avere delle indecisioni durante queste veloci fasi.

E se il pesce si “sveglia” e gli diamo tempo per riprendersi dalla sorpresa, bisogna cambiare registro.

Tutto questo, molto spesso, accade mentre siamo già con il kit in mano e si traduce in una ripresa del pesce che si inabissa verso il fondo.

A questo punto, si può dire addio ad ogni speranza di rapidità e bisogna rassegnarsi a lavorare il pesce con calma.

Subito dopo aver riguadagnato il fondo, di solito la carpa comincia a muoversi in modo più o meno disordinato parallelamente alla sponda (a due o tre metri di distanza) alternativamente verso destra e verso sinistra operando (questa volta tocca a lei!) una pressione costante piuttosto forte.

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Questa situazione, soprattutto se il pesce è grosso, può durare anche molto a lungo e innervosirsi non serve a nulla. Serve, invece, accorciare il più possibile la distanza del pesce dalla sponda e questo non dovrebbe creare problemi perché in un carpodromo non ci dovrebbero essere ostacoli o vegetazione verso i quali possa dirigersi per tentare di liberarsi.

L'accorciamento della distanza dalla riva con il pesce in forte trazione si fa portando il kit all'indietro facendolo scorrere fino ad avere il vettino tra le mani.

A questo punto, si porta in fuori la base del kit fino ad avere l'elastico parallelo all'asse del kit stesso. E' il momento in cui il pesce si porta sotto sponda e da qui non bisogna permettergli di riguadagnare la distanza di prima, a costo di dover agganciare l'elastico a metà kit con il dito medio della mano che tiene la canna, rilasciandolo solo in caso di emergenza se riteniamo di essere al limite della rottura del finale.

Tutto questo si fa con una sola mano, l'altra deve impugnare il guadino perché ci sarà un momento in cui il pesce si lascerà andare per una attimo, salirà a pelo d'acqua, ci passerà davanti, lo intravederemo e con una mossa fulminea lo insaccheremo mentre ci incrocia sotto i piedi.

E' qui che non bisogna sbagliare ed avere una scelta di tempo da giocatore di pallavolo: la minima esitazione potrebbe costarci cara perché nella migliore delle ipotesi il pesce spaventato riguadagnerà la posizione primitiva e saremo costretti a ripetere l'azione perdendo un sacco di tempo.

Nella peggiore... bye bye pesce!

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